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29/6/2004 LA STAMPA Il tramonto del Berlusconismo ormai Ŕ un fatto concreto Stampa E-mail
martedý 29 giugno 2004

Intervista a Luciano Violante Antonella Rampino

 

PRESIDENTE Violante, il centrosinistra ieri ha raggiunto un successo elettorale. Tuttavia, non è un po' presto per decretare la fine del berlusconismo? La Provincia di Milano non vale Roma, e di certo l'opposizione non può determinare una spallata al governo. «In politica non bisogna mai dare nessuno per finito, ci sono stati molti casi di resurrezione. Quel che induce al tramonto del berlusconismo è però un fatto concreto: la campagna elettorale è stata condotta, sia dal centrodestra che da noi, come un referendum sul governo e sulla sua politica. Il Paese ha respinto il modello di "modernizzazione anarchica" proposta dall'attuale presidente del Consiglio, fondata sull'aggiramento delle regole e sull'egoismo. Per questo la sconfitta è grave. Segna un cedimento politico. Quanto al governo, certo che l'opposizione, dati i numeri che vi sono in Parlamento, non può determinarne la caduta. Ma il Paese è paralizzato da una crisi che dura dalla sconfitta elettorale alle amministrative del 2003. E' la crisi più lunga della nostra storia, compresi i rituali della cosiddetta Prima Repubblica. Le famiglie, le imprese hanno bisogno di decisioni rapide ed efficaci. Se il governo non ne è capace, dichiari forfait e lasci decidere gli italiani». Lei dipinge il governo come se fosse una fiera ferita, in gabbia. Ma Berlusconi ha un obiettivo: essere il primo presidente del Consiglio che porta a termine un governo di legislatura. «Vero. Ma rischia di essere un record puramente sportivo, mentre l'economia va a rotoli. Non c'è una bussola, c'è invece una rilevante crisi economica. Non si restituisce il fiscal drag, il paniere d'inflazione è lo stesso per tutti i redditi, le accise sulla benzina salgono: una serie di operazioni contro i ceti deboli. Che si sono ribellati. Per i ceti più forti, nessun intervento di sviluppo e competitività. Questo voto è il segno di un divorzio tra un pezzo importante della società italiana e il governo. La crisi non si risolve dando un posto in più ad An. Ma mi pare che il presidente del Consiglio non abbia ben presente la dimensione della sconfitta». In casa del centrosinistra però i buoni risultati elettorali aprono scenari confusi: Prodi che vuole la Costituente, mezzo listone che si muove per sciogliere l'alleanza. E ancora non si conosce la configurazione che prenderanno i rapporti con Rifondazione comunista... «Andiamo con ordine. La realtà è che noi siamo stati uniti nel 2002, nel 2003, nel 2004, ed abbiamo sempre vinto. Che l'opposizione sia unita, si vede anche alla Camera: abbiamo battuto il governo 47 volte, pur avendo circa 90 voti in meno. Non sottovaluto la forma dell'organizzazione politica, ma qualunque forma ci daremo, è chiaro che dovremo stringere fra tutti un patto per il governo. Un programma che a mio avviso non deve essere di centinaia di pagine, ma di poche cartelle con le priorità: politica estera, welfare, ricerca, istruzione e formazione, competitività e sviluppo. Se poi sarà coalizione o confederazione, beh la discussione è interessante, certo: ma non può essere disgiunta dagli obiettivi che proponiamo ai cittadini. La federazione tra i partiti della lista unitaria può aiutare un rapporto più stretto tra tutte le forze di opposizione. In ogni caso, occorre scartare da subito le ipotesi di ritorno al proporzionale, che qua e là serpeggiano». Perché il maggioritario rappresenta un vincolo esterno all'unità, che il centrosinistra altrimenti non troverebbe? «Il proporzionale riprodurrebbe la frammentazione che oggi c'è nel mondo politico, senza garantire la governabilità. Il maggioritario dà ai cittadini il potere di scegliere chi li governerà e impone ai partiti di essere uniti. Quale forma prenderà la coalizione, vedremo. Ma il punto, vede, è anche che gli italiani vogliono scegliere. O di qua o di là». E Bertinotti? «Bertinotti deve stare nella coalizione, con impegno di governo e di programma. L'appoggio esterno l'abbiamo già visto. La realtà non si ripete».

 


 
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