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La Stampa - Le riforme necessarie Stampa E-mail
giovedý 05 luglio 2007
Ringrazio Lucia Annunziata per il suo commento alla mia intervista su Libero e cerco di rispondere ai quesiti che lei mi ha posto: che cosa non funziona nella politica italiana e di chi è la responsabilità.
La nostra crisi è determinata dalla scarsa capacità di decidere dello Stato. Il sistema politico decentrato, comuni, province e regioni, ha sistemi elettorali ed istituzionali idonei alla decisione. L'elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia e della Regione ha dato stabilità agli esecutivi e li ha liberati dagli antichi ricatti dei partiti locali.
Lo Stato, invece, ha un sistema elettorale e regole istituzionali che lo rendono inidoneo a decidere nei tempi e con la chiarezza che oggi sono necessari. La legge Calderoli favorisce la costruzione di coalizioni tanto ampie quanto eterogenee e quindi inidonee al governo del Paese. Il bicameralismo paritario (Senato e Camera fanno le stesse cose) allunga incredibilmente i tempi delle decisioni. Il governo non ha alcuna certezza né sui tempi né sui contenuti dei propri provvedimenti.
Senza riforme, nell'arco di pochi anni, i difetti del sistema centrale paralizzeranno anche il funzionamento di comuni, province e regioni.
Perciò è necessario cambiare le regole, elettorali, costituzionali e parlamentari, costruendo un sistema orientato verso la decisione. La Commissione Affari Costituzionali della Camera sta lavorando ad una riforma che supera il bicameralismo paritario, semplifica il procedimento legislativo, attribuisce al governo tempi certi per le decisioni principali. Potrebbe essere pronta entro luglio.
Ma anche questa riforma rischia di non dare i frutti sperati se resta in piedi l'attuale frammentazione partitica. Troppi partiti politici con pochi voti ma con grandi capacità di condizionamento della vita politica. Tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra, dettano legge i piccoli partiti, che sono stati necessari per far scattare il voto in più che fa conquistare il premio di maggioranza. Negli Anni Ottanta i partiti erano 8 e raccoglievano circa sei milioni di iscritti, pari al 15% della popolazione. Oggi i 17 partiti presenti in Parlamento (quelli nel Paese non si contano) hanno circa 2 milioni di iscritti, pari al 4% della popolazione. Questa frantumazione politica produce a sua volta frantumazione sociale perché ciascuna di queste forze, per esistere, si appella ad un segmento della società, che si stacca dal resto. Il paradosso è che grandi fasce sociali, nonostante l'enorme numero di partiti a disposizione, non si sentono rappresentate e molti partiti sono privi di precisi riferimenti sociali.
I rimedi devono essere drastici e devono avere lo scopo di costruire un'accettabile unità del sistema politico. O si approva una legge elettorale con seria clausola di sbarramento, al 5% come in Germania, oppure ci si orienta verso un sistema di elezione diretta del capo dello Stato come capo dell'Esecutivo. Le mie preferenze vanno nettamente alla prima soluzione: via il premio di maggioranza che facilita coalizioni eterogenee e semaforo verde ad uno sbarramento al cinque per cento. Vincolo per gli eletti, a pena di decadenza, di stare nel gruppo parlamentare corrispondente alla lista che li ha eletti.
Potranno i mancati riformatori di ieri trasformarsi in quei seri riformatori di cui l'Italia ha oggi bisogno? Ci vuole coraggio. Occorre dire la verità agli italiani e alle altre forze politiche. A mio avviso, è questa la strada che ha davanti Walter Veltroni come candidato alla guida del Pd. Senza proposte nette, non si tira l'Italia fuori dalle secche. E allora correremmo davvero il rischio della soluzione autoritaria, in salsa moderna.
   
Luciano Violante
 
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