Pescara - Il valore della legalitą Stampa E-mail
domenica 21 ottobre 2007
Parlare oggi di mafia, senza una tragedia alle spalle, può sembrare un esercizio astratto.
Siamo troppo abituati alla lacrima del giorno dopo per non stupirci di fronte a una riflessione fuori delle contingenze. Eppure di questa riflessione c’è bisogno per ricostruire le basi di un nuovo impegno.

Giornate della legalità
Pescara, 20 ottobre 2007




Parlare oggi di mafia, senza una tragedia alle spalle, può sembrare un esercizio astratto.
Siamo troppo abituati alla lacrima del giorno dopo per non stupirci di fronte a una riflessione fuori delle contingenze. Eppure di questa riflessione c’è bisogno per ricostruire le basi di un nuovo impegno.

Sono molti i segnali di pubblica distrazione; ne cito uno soltanto.
Dopo l’arresto di Provenzano molti commentatori hanno chiesto: “Chi sarà il successore?”. La domanda era frutto di una valutazione “neutrale” della mafia a sua volta derivante da un’acquisita normalità della sua presenza nel nostro Paese. Si è parlato di Provenzano come si trattasse del capo di un governo o del segretario di un partito politico  .  

Avvertiamo oggi dentro noi stessi l’insufficienza del presente e  il rischio della retorica quando si ricorda il passato. Le date chiave della memoria, la strage di Capaci, la strage di via Mariano D’Amelio, l’ uccisione di Pio Latorre, l’ uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, sono vissute più spesso come tappe di un doloroso pellegrinaggio degli stessi di sempre, con nuovi innesti non sempre esenti dal sospetto,  invece che come occasioni per nuovo impegno di nuove generazioni.  

E mentre nel mondo politico le parti si scontrano per problemi spesso estranei ai bisogni del Paese, la mafia continua a stendere i suoi fili, ad allungare le sue mani, a svuotare i gusci della rappresentanza politica.
Non ha più intermediari con la borghesia perchè è diventata essa stessa borghesia; non ha più intermediari con il potere politico, perché è diventata essa stessa potere politico.
Alcuni dei suoi figli sono andati all’Università, hanno preso il phd in università inglesi o americane e sono tornati in Italia per fare gli avvocati, gli ingegneri, gli uomini della finanza.
Altri, più semplicemente, dopo un normale corso di studi, senza infamia e senza lode, si sono iscritti ad un partito politico, uno qualsiasi,  e sono diventati consiglieri comunali o provinciali o regionali. Se non sono ancora arrivati in Parlamento,  tra poco ci arriveranno.
Cosa ha sradicato dalle nostre intelligenze  la necessità storica  di liberarci collettivamente dalla mafia per sostituirla con la ripetizione di riti, religiosi o laici , che come tutti i riti, rasserenano i partecipi ma non parlano a chi sta fuori?

Facciamo leva sulla società onesta.
Nella società c’è la mafia, ma ci sono anche forze, soggetti, movimenti che con il loro lavoro, con le loro analisi rendono possibile una risposta civile.
Libera, l’associazione di associazioni antimafia, che ho concorso a fondare nel 1995, e che è guidata in modo esemplare da Luigi Ciotti,  mobilita in misura crescente, migliaia di giovani e ha inventato il sistema delle cooperative di giovani che gestiscono i beni confiscati alla mafia, con risultati economici interessanti.
La Fondazione Falcone, ogni 23 maggio, fa arrivare a Palermo da tutta Italia centinaia di giovani studenti che discutono con autorità di governo della lotta alla mafia.
Rita Borsellino, con il suo movimento “Un’altra storia”, parla ai giovani siciliani e a chiunque voglia ascoltare parole pulite.
Queste vostre Giornate per la Legalità che impegnano tanta parte della società italiana impegnata contro le mafie sono un ulteriore segno della nostra vitalità e della nostra voglia di dedicare alla legalità parte della nostra vita.

Non c’è più, e non potrebbe essere altrimenti, la mobilitazione tumultuosa delle coscienze che ci fu dopo le stragi. È intervenuta una salutare razionalizzazione. Ciò che era estemporaneo, dettato dall’emozione e dall’indignazione, è stato ordinato, è diventato flusso continuo di relazioni, scambio di idee, costruzione di pratiche nuove.

E tuttavia dobbiamo stare attenti ad un equivoco. Tutte queste nostre iniziative, pur validissime, per l’assenza di una più generale spinta ad allargare la platea delle persone impegnate, rischiano di restare confinate in un’area specialistica o addirittura aristocratica.
Hanno il rispetto di tutti, ma parlano ancora ad una minoranza del Paese e proprio per questo rischiano esse stesse di assumere toni e carattere minoritari, puramente oppositivi e quindi di smarrirsi.

Dobbiamo far diventare la lotta contro la mafia impegno generale e costante. Ma cosa rende difficile questo obbiettivo?

Alcuni aspetti del contesto globale non aiutano.
La mafia schiaccia i diritti dell’uomo, ma proprio sul terreno dei valori umani stiamo registrando un drammatico balzo all’indietro.
La guerra e il terrorismo attraversano con irruenza le nostre vite. All’inizio del 2007 le guerre in corso nel mondo erano ben ventinove. Tony Blair nella immediatezza della strage di Londra (7 luglio 2005) disse: “Non cambieranno le nostre vite”; ma un mese dopo nel presentare il piano del suo governo contro il terrorismo si espresse diversamente: “Le regole sono cambiate” e propose addirittura la cancellazione delle leggi a protezione dei diritti umani.
 
I documentati rapporti di Amnesty International ci dicono che la tortura inflitta da autorità governative, o su mandato di autorità governative, torna ad essere diffusa nel mondo. Guantanamo, Abu Ghraib, le carceri segrete dove i sospetti di terrorismo sono portati per essere torturati, gli sgozzamenti dei prigionieri dei terroristi hanno fatto irruzione nelle nostre vite e hanno indotto le nostre coscienze alla assuefazione. Ed è singolare che giudici del paese di Guantanamo, condannino il 41 bis, che è l’unico mezzo per impedire che i mafiosi detenuti continuino ad esercitare il loro dominio sulle cose e sulle persone.

La tortura infligge al corpo di un uomo o di una donna  il massimo dolore compatibile con la sua permanenza in vita, al fine di acquisire informazioni.
Nel 18° secolo vennero scritte parole di fuoco contro l’uso della tortura.
Nel 21° secolo siamo tornati a riconsiderarne la praticabilità nei confronti dei presunti terroristi.
Aharon Barak, prestigioso presidente della Corte Suprema Israeliana ha scritto in una fondamentale sentenza che una democrazia, per difendersi, non può ricorrere agli stessi mezzi che usano i suoi nemici. Ma la Segretaria di stato del governo degli Stati Uniti in una intervista difese il diritto del suo Paese a tenere in carcere a tempo indeterminato i sospetti terroristi: “Non si può permettere di aspettare che qualcuno commetta un crimine prima di imprigionarlo. Se lo si fa muoiono migliaia di persone innocenti”.

Quando la mia generazione ha studiato diritto penale, si è imbattuta in un reato, “riduzione in schiavitù”, al quale nei manuali erano dedicate poche righe. Nel manuale più diffuso, quello di Francesco Antolisei, era scritto. “È evidente che il delitto di cui all’art. 600 ( la riduzione in schiavitù) non può mai verificarsi nel territorio dello Stato italiano”. Oggi sono decine, nelle Procure italiane, le incriminazioni per riduzione in schiavitù.
Negli uffici giudiziari del Centro e del Nord del paese le imputazioni riguardano la costrizione alla prostituzione di giovani donne dell’Europa dell’Est.
Negli uffici giudiziari del Sud, invece, le imputazioni riguardano la costrizione di immigrati irregolari a condizioni di vita e di lavoro disumane nelle campagne.
Le migliaia di inchieste per pedofilia sono anch’esse una novità. Sempre più spesso accade che il corpo di un bambino o di una bambina venga privato della sua dignità e usato per la soddisfazione sessuale dell’adulto.
La disumanità, quindi, non è un'esclusiva della mafia. È uno dei caratteri del nostro tempo.
Sembra anzi che il nostro tempo abbia acquisito, drammaticamente, alcuni caratteri una volta propri solo delle organizzazioni  mafiose.
    
Nella biennale di Venezia del 2007 uno dei temi guida è stata la guerra. L’argentino Leon Ferrari ha esposto un Cristo crocifisso su un jet con il muso puntato verso il basso. Paolo Canevari ha esposto un video con un ragazzo che gioca a palla con un teschio nella città di Belgrado bombardata dalla Nato.   Charles Gaines ha presentato un plastico di New York e un aereo che, fissato in alto, lo sorvola. Ogni pochi minuti, per effetto di un dispositivo meccanico, l’aereo scende in picchiata e si sfracella al suolo. Particolare: l’installazione è del 1997.
L’arte è stata profetica; ha saputo vedere nei segni del tempo quello che la politica non aveva previsto.
 
 
Per ridare forza alla legalità ed efficacia alla lotta contro la mafia, le classi dirigenti italiane devono tener fede al loro dovere primario.
Il loro dovere primario è dare un obiettivo al Paese, dare un senso alla vita delle persone facendole sentire parte di un progetto comune. Le relazioni tradizionali tra politica e società sono in genere imperniate sullo scambio servizi-consenso.
Ma nei paesi civilmente avanzati questo scambio si muove all’interno di una idea di appartenenza alla nazione determinata da forti legami sociali e dalla condivisione attiva di valori civili.
Potremmo parlare di patriottismo civile, per definire una patria costruita insieme da cittadini che praticano i valori civili e da classi dirigenti che quei valori sostengono e incoraggiano anche con la coerenza dei comportamenti.  
Tutti noi siano quotidianamente oppressi dall’idea prevalente nei mezzi d’informazione di una società non pacificata, con i partiti che vivono alla giornata litigando su tutto e cittadini in lotta egoistica l’uno contro l’altro per accaparrarsi più possibilità di consumo.
Questa idea non corrisponde alla verità. E’ compito delle classi dirigenti dimostrarlo e dimostrare che si può dare speranza e forza di costruire futuro.
Ma se le classi dirigenti non ottemperano ai loro doveri pubblici, se disputano tra di loro attorno alle responsabilità per le fragilità del Paese, invece che muoversi sinergicamente per superarle, mancano ai cittadini motivi per uscire dagli egoismi e dai corporativismi.
In questa carenza di patriottismo civile la mafia trova l’ambiente più idoneo per svilupparsi e per conservare la propria immunità.

Se il mondo si regge sui rapporti di forza, ebbene la mafia è in grado di mettere in campo uno straordinario repertorio di azioni di forza.
Se il potere pubblico non assicura il primato della legge, ci pensa la mafia in molte aree del Paese a ricostruire un ordine, il suo ordine.

Tra le classi dirigenti le maggiori responsabilità spettano alla politica. Da che cosa sono determinate le omissioni della politica nella lotta contro la mafia?
I fattori rilevanti sono diversi nelle due coalizioni ma qui non intendo soffermarmi su questi aspetti, che sono assai complessi.
Intendo invece esporre un concetto semplice.
La mafia sta nella società e dalla società parte per giungere nella politica, nel mercato, nella burocrazia.
Se è così, la lotta contro la mafia non sarà vincente sinchè i partiti si limiteranno a riflettere la società senza un progetto per cambiarla.
Se la politica si limita a riflettere la società, ad inseguire i sondaggi di opinione per dare ai cittadini ciò che i sondaggisti dichiarano che la maggioranza vuole non sarà mai possibile tagliare via ciò che nella società è marcio e liberare le forze sane e oneste.
Compito della politica è cambiare la società costruendo forti legami sociali, risollevando lo spirito della nazione italiana, richiamando la  forza interna del nostro Paese.
Non siamo una mezza-nazione.
Se l’Italia non possedesse una sua forza interna sarebbe naufragata da tempo.
Milioni di Italiani adempiono silenziosamente ogni giorno ai loro doveri di cittadinanza.
Migliaia di insegnanti trasmettono conoscenza e formano ai doveri civili; milioni di studenti imparano.
Un numero enorme di cittadini, che ha sorpreso chi non conosce l’Italia vera, ha seguito le letture di Dante fatte da Vittorio Sermonti e da Roberto Benigni, in televisione e nelle piazze d’Italia.
Sono moltissimi gli Italiani che si dedicano ad attività di volontariato, riconoscendo l’esistenza e il valore di un modo di essere cittadini che non si esaurisce nel rincorrere il proprio privato interesse.
Si tratta di un fiume di donne e di uomini che ogni mattina stringono bulloni, saldano lamiere, battono al computer, compiono ricerche essenziali per combattere le malattie, controllano documenti, risolvono problemi, trasportano merci, assistono ammalati, amministrano gli affari pubblici, risolvono liti, curano la famiglia, educano i figli: e tutto ciò con un salario che spesso non è sufficiente per una vita dignitosa. Avvertono doveri e  responsabilità e si comportano coerentemente.  Queste donne e questi uomini, indipendentemente dalla loro collocazione politica, sono evidentemente un’entità ragguardevole se l’Italia resta comunque uno dei grandi Paesi nel mondo.
Nella loro vita quotidiana, anche se non ne sono consapevoli,  rendono attivi e vitali i valori della Costituzione della Repubblica che sono invece estranei alla mafia e a chi la favorisce.
Ma queste donne e questi uomini rischiano di perdere la fiducia nelle loro forze e nel loro futuro se vedono che tutt’ intorno  prevalgono l’arrivismo e la rissa. Hanno bisogno di una politica che ne sostenga la  scelta di vita, che li renda visibili e protagonisti, che  valorizzi quello che sono e quello che fanno,che  offra un contesto  di ideali,  regole e principi, nel quale costruire presente e futuro.
E trovo straordinario il fatto che in un arco di pochi giorni cinque milioni di lavoratrici e lavoratori hanno votato per il referendum sul welfare, cinquecentomila abbiano manifestato con AN, tre milioni e mezzo hanno votato per l’elezione del segretario del PD, circa un milione ha sfilato a Roma contro il precariato. E prima ancora molte centinaia di migliaia si sono riuniti per il Family day
Gli obbiettivi sono diversi, non tutti sono condivisibili; ma non ha vinto il ritiro nel privato.
Gli italiani vogliono contare, vogliono partecipare; ma lo fanno non perchè chiamati, come una volta era sufficiente; il loro è un atteggiamento laico perché partecipano quando condividono i motivi dell’appello.
E’ nostro compito richiamare agli italiani i valori della legalità e della Costituzione come orizzonte pratico e ideale; così si riconosce la loro cittadinanza civile, così si riconosce il senso nazionale del loro lavoro. Così si individua il contesto dei valori all’interno dei quali si colloca la lotta contro le mafie.

Perciò occorre che si sviluppi in tutte le forze politiche un radicale processo di rinnovamento di quadri, di idee, di costumi.
Questo rinnovamento è più importante dell’azione  repressiva. La risposta penale continui ad esserci; ma senza una bonifica politica è come svuotare il mare con un mestolo.
Infatti gli arresti e le condanne non impediscono l’affluire di nuove leve nelle organizzazioni mafiose. Né si può puntare solo sulla repressione.
Senza il rinnovamento della politica, una strategia fondata soltanto sui controlli di polizia e sul processo penale, avrebbe come effetto un ingessamento della vita economica e sociale e un intollerabile  eccesso di potere della magistratura e delle forze di polizia nella vita dei cittadini.
Ma se tutta la politica italiana scegliesse la via del rinnovamento e della legalità, è evidente che scatterebbe una riscossa politica e morale che azzererebbe questi rischi.  

La mafia di oggi ha deciso di lavorare silenziosamente, nuotando sotto il pelo dell’acqua. Questa scelta le ha consentito di riprendere fiato, di riorganizzare le forze e di continuare indisturbata nelle attività ”economiche”: usura, corruzione, estorsione, appalti truccati.

Spero di non sbagliarmi: il “primo colpo” non verrà, almeno per ora, da parte di Cosa Nostra.
Non ce n’è bisogno perchè hanno scelto di entrare nel Palazzo passando dalle cantine, mentre noi li aspettiamo all’ingresso, a volte titubanti e divisi.

Dovremmo evitare che, a nostra insaputa, giungano nella stanza dei bottoni, mentre noi continuiamo, distratti, a discutere scrutando l’orizzonte.

Luciano Violante

 
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