Pregiudiziale Iraq Stampa E-mail
mercoledì 03 marzo 2004
 Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 432 del 3/3/2004
Pag. 39
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Discussione del disegno di legge: S. 2700 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 gennaio 2004, n. 9, recante proroga della partecipazione italiana a operazioni internazionali. Disposizioni in favore delle vittime militari e civili di attentati terroristici all'estero (Approvato dal Senato) (4725).

PRESIDENTE. Avverto che è stata presentata, a norma dell'articolo 96 -bis, comma 3, del regolamento, la questione pregiudiziale Violante ed altri n.1 (vedi l'allegato A - A.C. 4725 sezione 1).

Violante: Tutti noi che siamo presenti in quest’Aula, oggi, abbiamo la consapevolezza della drammaticità della situazione irakena, dopo le due stragi di ieri, in Pakistan ed in Iraq, che hanno avuto complessivamente più di duecento morti.
Queste vicende, che riportano alla nostra mente la tragedia di Nassirya, devono imporci un dibattito consapevole ed all’altezza dei problemi che sono davanti a noi.

Recentemente i presidenti delle Camere hanno richiamato tutti i parlamentari al massimo di unità possibile sulle questioni che oggi affrontiamo.
Per questo qui propongo una prima domanda al governo ed ai colleghi della maggioranza.

Il decreto legge che discutiamo proroga il mandato per nove missioni.
La quasi unanimità di questa Camera condivide otto di quelle missioni ed è pronta a fornire ad esse il proprio convinto sostegno.
Non è condivisa la missione in Iraq che ha caratteristiche tecniche, connotati politici e collocazione internazionale del tutto distinti.
Il governo, pur essendo al corrente del giudizio critico dell’opposizione sulla missione irakena, e del suo consenso su tutte le altre, ha presentato un unico provvedimento per tutte le missioni.
La stessa cosa fece a luglio scorso, ma poi convenne sulla fondatezza della proposta avanzata dall’opposizione ed il provvedimento fu diviso, riconoscendo la diversità della missione irachena da tutte le altre.
Oggi il governo, smentendo sé stesso, torna con un unico decreto, che ci preoccupa.
Ma non per ragioni contingenti.
Ci preoccupa perché questa soluzione ci sembra che sacrifichi la possibilità di una visione condivisa di politica estera che riguarda ben otto missioni e circa seimila militari dislocati nelle più diverse regioni del mondo. E questo sacrificio del prestigio, della credibilità internazionale del Paese e dello stesso governo sull’altare dello scontro con l’opposizione ci sembra un grave errore politico. Un abuso di aggressività nei confronti dell’opposizione, che dimostrerebbe solo una preoccupante tendenza all’uso strumentale persino della politica estera per piccole questioni di politica elettorale.


Noi insisteremo senza incertezze e per tutta la durata del dibattito parlamentare sulla utilità della divisione del provvedimento per il Paese, per le sue forze armate e per lo stesso governo.
Insisteremo non per testardaggine.
Insisteremo perché sappiamo che sui banchi del governo, come su quelli della maggioranza siedono uomini e donne che la pensano diversamente da noi su molte importanti cose. Ma pensano anch’essi, come noi, che un governo non può per altri due anni e mezzo trascinarsi di conflitto in conflitto, di lacerazione in lacerazione, soprattutto in un momento nel quale occorrerebbe un limpido e non strumentale confronto tra maggioranza e opposizione sui più grandi problemi economici e sociali del paese.

La crisi del nostro paese, prima che economica, è una crisi morale e di fiducia determinata dalla sequenza di delusioni, scontri e conflitti senza costrutto aperti dal governo o da suoi esponenti con settori grandi della società italiana, con le organizzazioni sindacali, con le grandi professioni del Paese, i medici, i ricercatori e i professori delle università e delle scuole, i magistrati, addirittura la Chiesa Cattolica.

Cambiare idea non sarebbe soccombere all’opposizione. Cambiare idea sarebbe un atto responsabile che, nell’attuale situazione di crisi, sarebbe utile al Governo e sarebbe apprezzato dal Paese prima che dall’opposizione.

Ma diciamo subito che se il governo non muterà idea, noi non cadremo in quel meschino trabocchetto del si a tutte le missioni, compresa l’Iraq o del no a tutte le missioni, comprese le altre otto.
Quando il governo di un grande Paese come l’Italia rifiuta il metro dell’autorevolezza nel confronto con l’opposizione e sceglie invece il millimetro della provocazione, l’opposizione responsabile lascia il governo ai suoi piccoli calcoli, non partecipa al voto e parla al Paese.
E’ quello che noi stiamo facendo da tempo ed oggi come è noto la maggioranza degli italiani è con noi nel ritenere la guerra unilaterale ingiusta, sbagliata, foriera di nuovi odi, alimentatrice del terrorismo come ha osservato ieri il candidato democratico alla casa Bianca.

Oltre alla questione della divisione del decreto abbiamo posto, come è stata posta e votata al Senato da tutta l’opposizione, la questione di costituzionalità con riferimento all’articolo 11 della Costituzione.
Il tema fu affrontato ed esposto con proprietà dall’on. Rutelli nella seduta del 19 marzo scorso. Non ho nulla da aggiungere alle sue parole.

Nel frattempo è intervenuta la risoluzione 1511 delle Nazioni Unite, che aveva fatto sperare a tutti noi che finalmente ci fosse quella copertura ONU che avrebbe consentito un impiego delle nostre Forze Armate più lineare e, se necessario, anche più rilevante. Ma così non è stato.
Quella risoluzione, infatti, subordina la propria operatività a circostanze e condizioni che non si sono verificate, soprattutto per la crescente drammaticità delle condizioni della sicurezza, come risulta tanto dal rapporto del segretario generale dell’ONU del 5 dicembre 2003 quanto dal rapporto del suo consulente speciale, Brahimi, presentato dopo la missione svolta in Iraq nella prima metà di febbraio.
In particolare è drammatica la conclusione del rapporto di Kofi Annan, laddove il S.G. si chiede "se e quale ruolo" debbano avere le Nazioni Unite in Iraq.
Non è senza significato che né la Francia nè la Germania hanno ritenuto quella risoluzione adeguata a dare una copertura ad una lro eventuale missione militare.

Per cogliere le differenze che intercorrono tra questa risoluzione ed un documento che dia vera copertura ad operazioni militari internazionali è sufficiente consultare il testo della risoluzione n. 1244 relativa al Kossovo, che assegnava in modo inequivoco alle Nazioni Unite il compito di supervisionare l’attività e di curare il coordinamento della forza multilaterale di sicurezza.


Siamo contrari alla guerra in Iraq che è nata da una grande menzogna internazionale, che ha avuto più morti e più distruzione dopo la dichiarata fine della guerra di quanti non ne avesse avuti nella fase precedente.
E’ aumentato l’odio; è aumentata la violenza; si è resa ancora più difficile la situazione in Medio Oriente; nel mondo islamico (più di un miliardo di persone) serpeggia un pericoloso spirito antioccidentale, antiebraico, anticristiano. E’ stato eliminato un tiranno feroce, è vero. Ma la cura, oggi, rischia di distruggere il malato.
E noi non siamo esenti da responsabilità.
Ha detto il generale Alberto Ficuciello in una breve intervista a Il Giornale del febbraio scorso: "Non bisogna attribuire un cattivo mandato alle truppe in Iraq e non bisogna sbagliare una seconda volta. Va trovato il modo di affidare un mandato corretto.". Non c’è bisogno di commenti.
Ed il comandante generale dell’arma dei carabinieri ha parlato al Corriere della Sera, a proposito di Nassirya, di componente "fortuita" della tragedia. Ha aggiunto "Ho calcolato che in condizioni normali le vittime non sarebbero state più di due o tre."
Noi che ci siamo inchinati davanti a quel sacrificio, oggi sentiamo il dovere di chiedere pacatamente ma con fermezza una compiuta relazione del Governo che spieghi al paese e al Parlamento come è accaduta quella tragedia, se l’errore nel mandato di cui parla il generale Ficucciello abbia un rapporto con l’eccidio, quali sia la componente fortuita di
cui parla il generale Bellini, che avrebbe ucciso la gran parte di quelle vittime.

La contrarietà a questa guerra non significa immediato ritiro. Il senso di responsabilità ci fa comprendere che non si fanno tornare a casa in pochi giorni tre mila uomini da un teatro di guerra come quello irakeno ed in un contesto geopolitico come l’attuale. Ma sappiamo che il 30 giugno dovrebbe esserci il passaggio di consegne dall’amministrazione Bremer al governo provvisorio irakeno e quello deve essere a nostro avviso il termine entro il quale o entra l’ONU o esce l’Italia.

Onorevoli Colleghi,
abbiamo presentato la questione di costituzionalità anche per proporre alla vostra attenzione il tema della guerra, che, per le attuali condizioni del mondo, rischia di essere una presenza costante all’orizzonte dei governi dei grandi paesi.

Pensiamo che possa essere utile, anche nel corso del dibattito dei prossimi giorni, discutere della posizione del nostro Paese, con la sua costituzione repubblicana, con la sua tradizione di pace, rispetto al rischio crescente delle guerre. Vorremmo una discussione su questo punto idonea vincolare a anche noi quando torneremo al governo.

Non possiamo tornare al diritto alla guerra degli Stati nazionali, proprio della cultura politica che ha portato alla prima e alla seconda guerra mondiale.
E non possiamo assistere impotenti ad un processo di decostituzionalizzazione dell’articolo 11 per acquiescenza, convenienza o per eccesso di rissosità. Ciò che oggi viene chiamata guerra nei nostri dibattiti, nel mondo occidentale, è uno scontro totalmente asimmetrico tra soggetti del tutto incommensurabili. Uno di questi soggetti, che in genere sta da questa parte del mondo, ha armi che rivelano una superiorità schiacciante rispetto all’altro. E quindi la guerra non sembra una guerra; somiglia ad una marcia.
Poi la vera guerra arriva dopo. Diventa guerriglia, terrorismo, tragici attentati suicidi.
Ma noi pensiamo davvero, lo dico guardando al futuro e non al presente, che sia possibile conquistare la pace attraverso la guerra quando taluni dei destinatari di quella guerra sono disposti a suicidarsi pur di colpire chi usa quella forza schiacciante, pur di sottrarsi all’ordine che il più forte vorrebbe imporgli.

La guerra del Novecento tra eserciti pari non esiste più ed è una fortuna perché oggi la capacità distruttiva di questa guerra sarebbe davvero globale.
Ma le nuove guerre asimmetriche non sono guerre minori solo perché prive di quell’immagine di scontro tra uguali proprio del passato. Le morti, le distruzioni, i rischi sono anzi maggiori. Ad esempio, riguardano i civili assai più di ieri.

Credo che una classe politica dirigente, nel momento in cui si appresta discutere di una guerra nella quale il proprio paese si è lasciato coinvolgere, a mio avviso dissennatamente, non possa nascondere a sé stessa quali sono i grandi temi del futuro che questa guerra pone alle sue intelligenze, alle sue coscienze ed alla sua responsabilità.


 
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